Bruno Dorella: lottatore con chitarra, timpano e rullante

Un po’ di anni fa un amico mi fece scoprire i Bachi Da Pietra. “Li ho visti l’altro giorno in concerto. Tieni il cd.”
Ne rimasi fulminato. Non me ne vogliano gli estimatori di liriche e chitarre di Giovanni Succi (ammetto di essere un fan a 360 gradi del progetto) ma l’ingrediente che mi colpì maggiormente fu la batteria e il suo suono. Fu così che mi ritrovai a cercare “Bruno + Dorella” su google e scoprii a poco a poco tutto l’universo che stava dietro al “Gigante coi rasta che suona solo timpano e rullante”.
Per sintetizzare, Bruno ha oggi tre gruppi attivi (OvO, Ronin, Bachi Da Pietra), un miliardo di collaborazioni, un’etichetta con cinquanta dischi in catalogo (ancora per poco pare…), un’agenda fitta di concerti, quintali di chilometri e tonnellate di esperienza sulle spalle. E non mi pare proprio si sia stufato.

Cosa c’è scritto sul tuo biglietto da visita (o cosa ci sarebbe scritto se ne avessi uno)?
BD - Non so nemmeno compilare un assegno, al biglietto da visita arriverò in una prossima vita…

Perché fai le cose che fai?
BD - Perché nel mare magnum delle mie inettitudini ho scoperto qualcosa che mi veniva facile e bene. Leggenda vuole che da piccolo suonassi qualunque cosa mi passasse per le mani e incidessi su cassetta la sigle dei cartoni animati, cantando testo e parti musicali insieme. Credo di potermi dire predestinato, forse si può addirittura parlare di talento naturale. Certamente non so fare nient’altro, e quando dico nient’altro lo intendo letteralmente, non so nemmeno cambiare una lampadina, sono volenteroso in qualunque attività ma faccio sforzi enormi ottenendo risultati che di solito suscitano solo ironia.

Parliamo di gruppi. Dalla batteria coi Wolfango alla chitarra in Ronin, dal rumore degli OvO alle parole pesanti come pietre dei Bachi fino alla musica medievale: quant’è difficile conciliare tutte le cose? Dove trovi il tempo?
BD - Come ti dicevo, faccio quello che mi viene facile. Suonare la batteria mi viene facile, la chitarra un po’ meno ma va bene lo stesso, mentre non saprei tirar fuori una qualunque nota da un sax. Creare musica mi viene facile, mi rammarico solo di non avere abbastanza tempo per realizzare tutta la musica che ho in testa. Piuttosto presto ho deciso di dedicarmi solo alla musica, di rischiarmela al tutto per tutto, ho mollato lavoro e studi e ci ho provato. Lotto da 14 anni per sopravvivere di musica, e già questo vuol dire che un po’ ci sto riuscendo. Questo mi permette di usare tutto il mio tempo per la musica.

Bar La Muerte: in dieci anni hai fatto uscire una cinquantina di dischi, rappresentando una fetta molto significativa della musica underground italiana; oggi decidi di mettere un punto a quest’esperienza. Come mai? Cos’è cambiato?
BD - Avere un’etichetta oggi è completamente diverso dall’averla avuta a partire dalla fine degli anni Novanta, come nel mio caso. Allora era anche una questione politica, c’erano le major cattive che facevano uscire musica corrotta, c’era dall’altra parte il mondo del punk/hardcore con le distribuzioni ai concerti negli squat e l’etica Do It Yourself, con l’allargamento di quest’etica a musiche che erano anche più interessanti e “di rottura”, e i rapporti leali di amicizia con le persone. Potevi avere un’etichetta anche a tempo perso, come me, perché comunque anche un disco che andava male vendeva magari un centinaio di copie, abbastanza per ripagarti la stampa o perderci solo pochi soldi. Oggi invece il nemico è morto, nel senso che le major non hanno più senso a livello discografico, si stanno riciclando come editori o producono spazzatura totale proveniente dai reality, roba talmente insulsa da non poter nemmeno venir considerata un nemico da combattere. Un brutto disco di rock, o un cantautore pacco, in passato erano cose che mi facevano veramente arrabbiare. Come ci si fa ad arrabbiare per le marionette che escono da Amici o X Factor? È roba che esce già senza alcuna credibilità, e lo sanno benissimo anche le major. I reality le hanno salvate dal fallimento e loro si sono adeguate, ma la musica ormai viaggia su altri binari. Allo stesso tempo però è morta anche la base della piramide, il DIY, le distro negli squat. Tutto questo c’è ancora, ma è diventato semplicemente un mercato parallelo, con delle regole molto, troppo simili al mercato dei “cattivi”. Tutto l’apparato politico è rimasto solo di facciata, come una sovrastruttura estetica necessaria, ma l’etica se n’è andata quasi del tutto. Oggi vai ai concerti punk e il gruppo annuncia candidamente al microfono che “dalla prossima settimana troverete 3 nostri nuovi brani su iTunes”. Ai miei tempi, se iTunes fosse esistito, il gruppo sarebbe stato cacciato via dal palco a calci nel sedere. Per me l’etichetta voleva dire andare ai concerti con gli scatoloni della distro, avere contatto umano, dare i dischi come scusa per comunicare. Ora invece vuol dire stare tutto il giorno dietro ai social network, fingendo di interessarsi alle vite degli altri sperando di vendergli qualcosa. Non fa per me. Ma il motivo principale riguarda le scelte artistiche. Oggi un disco che va male vende letteralmente 16 copie. Cosa racconto al gruppo? Che gli ho venduto 16 copie? E cosa racconto a mia moglie, che ho investito 2000 euro per stampare un disco che me ne ha fatti entrare 150? Ergo, non si può più rischiare. E non poter più rischiare significa pubblicare solo i dischi con cui si va “a botta sicura”. Non si possono più pubblicare i dischi di cui ci si innamora senza fare i conti. E Bar La Muerte ha sempre vissuto di queste scommesse, a volte vincendole, altre perdendole. Ma ora perdere una scommessa vuol dire rovinarsi, oppure, come fanno tanti, far pagare i dischi ai gruppi e pubblicarli col proprio marchio, cosa che trovo deplorevole. Con questo non voglio dire che aprire un’etichetta oggi sia sbagliato, ma semplicemente che non è più una cosa che mi interessa fare.

Con gli OvO avete letteralmente girato il mondo: come si fa? Come si inizia? Come si continua? A cosa stare attenti?
BD - Con Internet è ridicolmente più facile di quando ho iniziato io. Dovevo procurarmi tutte le fanzine che trovavo e cercare gli indirizzi, scrivere lettere di carta, fare telefonate. Con Internet abbiamo accesso ai contatti di tutti i locali del mondo in pochi secondi. Bisogna applicarsi metodicamente a uno dei lavori più noiosi e frustranti del mondo: il booking. Cercare gli indirizzi dei gruppi, dei locali, delle etichette che sentiamo affini, e contattarli. Conta che per un gruppo come OvO, conosciuto ma ostico, spedisco un primo giro di circa 600 email, per arrivare a organizzare un tour di 30 date. Vuol dire che tra i locali che contatto, solo 1 su 20 fa poi il concerto. È un lavoro davvero duro e noioso, e certe risposte negative hanno il potere di rovinarti la giornata. Ma se tieni duro e lavori, alla fine ottieni dei risultati. A cosa stare attenti è una bella domanda… All’inizio direi alle “sòle”, a quei locali tipo pub a cui non frega nulla del gruppo, che non si fanno problemi a togliere la corrente se il pubblico dimostra di non gradire, o che provano a cercare trucchi per non pagarti. Poi i problemi diventano altri, ma a quel punto si è già un gruppo “vero”…

Si sa che l’erba del vicino è sempre la più verde, ma com’è davvero”l’estero”?
BD - L’estero può essere l’America, o la Francia, o il Congo, o l’Indonesia. Siamo talmente abituati a lamentarci dell’Italia che ogni volta che un gruppo va all’estero pensiamo che abbia sfondato. Invece, di solito e soprattutto la prima volta, va a fare un’esperienza fondamentale di sofferenza, un bagno di umiltà. Se ne esce di solito completamente sconfitti (il gruppo si scioglie o perde subito gli elementi poco convinti) oppure se ne esce rafforzati, un gruppo d’acciaio. L’America poi, che ha delle condizioni veramente disumane per quel che riguarda il trattamento ai gruppi, è una prova durissima, soprattutto per noi europei abituati a migliori standard (per intenderci: in America non hai da mangiare, non hai da dormire, spesso non c’è il soundcheck e devi spartire palco e soldi degli ingressi con altri 3 o 4 gruppi in tour). Ma è fondamentale per mettersi alla prova e vedere di che pasta è fatto il tuo gruppo. Ma smettiamo di pensare che “fuori dall’Italia”, “all’estero” sia tutto migliore. È solo una scusa per attribuire ad altri i nostri fallimenti e le nostre debolezze. “Piove, governo ladro”.

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2 risposte a “Bruno Dorella: lottatore con chitarra, timpano e rullante

  1. [...] (Bruno Dorella intervistato su impattosonoro) Spamma:EmailTwitterFacebookStumbleUponLike this:LikeBe the first to like this post. [...]

  2. [...] Che dire? In bocca al lupo a Bruno. Un grosso in bocca al lupo. Per l’occasione rileggetevi questa bellissima intervista di nemmeno troppo tempo fa. Share this:TwitterFacebookLike this:LikeBe the first to like this [...]

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